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Vi raccontiamo i nostri due giorni in co-housing a Milano con l’architetto Felipe Barrera Castellani
ottobre 15, 2018
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A Milano, nel quartiere di Precotto, c'è uno dei rari esempi di vero cohousing in Italia. Dopo averci abitato per due giorni abbiamo deciso: ci piace l'abitazione senza recinti!

Da fuori è molto invitante: se avete esperienza con il design di recupero industriale non potete non avere aspettative davanti a questo muro basso con una grande cancellata ferrosa, che promette un cortile interno e porta qualche graffito sulle facciate. Sono i segni delle persone e del tempo: le sue rughe.

Una volta entrati prendete parte a un piccolo mondo. Un cortiletto curatissimo e florido, dove regnano gli elementi naturali. L'abbondante pietra, il verde lussureggiante che sporge da ogni fessura e che ricopre addirittura l'intero perimetro del tetto. Sembra che dove prima sorgeva una trafileria di rame, la natura abbia preso il sopravvento sulla fabbrica, nel modo ordinato che solo la natura sa usare. Il verde esce dalla pietra, prende vita da ogni pertugio. Non è un film post-apocalittico, bensì un'opera di restituzione della natura all'uomo, il recupero da parte dell'uomo della propria dimensione.

cohousing a Milano
(Fonte: Studio di Architettura Becatti-Barrera, www.becattibarrera.it)

Su questo cortile si affacciano i loft: grandi vetrate e porte tutte aperte. Molte le tende sollevate: questa la prima cosa che notiamo.

"Accidenti. Ma così si vede dentro. Si vede dentro alle case degli altri".

Ecco: chi sono "gli altri"? Sono i nostri vicini di casa. Sono le persone che in un condominio di 7 piani spesso nemmeno conosciamo. E in un posto come questo, in una vicina periferia di Milano, non sono vicini ma membri di una "comunità". E ti viene assolutamente spontaneo tenere la porta aperta o le tende alzate.

In un condominio di sette piani, appunto, in una città come Roma può accadere di avere la febbre alta per giorni, vivendo soli e che nessuno, proprio nessuno dei vicini di casa suoni mai alla porta per chiedere se vada tutto bene, se tu abbia bisogno di qualcosa. Esperienza diretta.

In un sistema come quello di Comunity One che è questo complesso di cohousing, è praticamente impossibile che qualcuno non si preoccupi per voi se non vi vede uscire da due giorni. Non solo la distribuzione degli ambienti, ma addirittura i materiali e i colori facilitano la creazione di una comunità.

Il concept è di Felipe Barrera Castellani, architetto di origini colombiane con i nonni italiani, che vive qui con la moglie ("ci siamo conosciuti qui, curiosava nel cantiere!") e due bambini che scorazzano nel verde del cortile di Comunity One. In particolare, ne vedo uno andare a giocare nella casa di alcuni vicini più anziani.

Ci spiega Barrera che se Roma non ha realtà come questa, nemmeno Milano è molto più avanti. Sono un paio i veri spazi di cohousing, con un altro di prossima apertura sempre realizzato da lui. Bisogna pensare in grande, per realizzare qualcosa del genere, gli diciamo. "No. Bisogna pensare alle persone",  ci risponde. "Sono partito dalle persone".

La cura dei dettagli rende sbalorditi: nei loft la pietra si mescola al metallo ma tutto è caldo ed elegante. Prevale il colore grigio eppure è tutto festoso. In questo tripudio di ossimori, ci sono quattro spazi comuni: la palestra, la zona lavanderia, il magazzino/immondizia e il florido giardino. "Gli spazi comuni non sono molti, in realtà", ci fa notare l'architetto. È il modo in cui sei portato a muoverti in questi spazi, che lo rende cohousing.

Ecco qualche annotazione che raccogliamo mentre passeggiamo con lui fra il cortile, i terrazzi e i vari loft.

  • Il cohousing funziona con non meno di 7 e non oltre 12 famiglie. Dice Barrera: " La giusta dimensione per creare una comunità. Con 2 o tre unità abitative non è cohousing: è una bifamiliare. Se invece andiamo oltre le 12 famiglie diventa difficile per le persone interagire con tutti".
  • Chi vive in cohousing? Sia single che famiglie di più persone.
  • Rispetto e tolleranza: necessari. Privacy: molta, perchè c'è rispetto e tolleranza. Condivisione: quella che rispetta la privacy. Ci si tara sul "carattere" della comunità. Se nascono amicizie, la cosa viene semplicemente naturale.
  • Assemblee di condominio? "No, noi facciamo degli aperitivi". Le questioni arrivano sul tavolo che sono già state parzialmente discusse strada facendo, per via dello stretto contatto quotidiano.
  • Liti e musi: sono impossibili. Qualsiasi cosa accada sei destinato a incontrarti e sei obbligato in qualche modo a risolvere le questioni.
  • In cohousing ci si dà mutuo soccorso, si condividono oggetti e spazi e spesso cene: la strada per farsi nuovi amici di tutte le età, ceto e genere, è spianata.
  • Niente barriere: se qualcuno ha il volume troppo alto, vai a bussare alla porta e glielo dici.
  • Niente recinti in giardino: hai la tua zona verde davanti alla porta, ma vivi l'intero giardino. "Se esistessero dei perimetri recintati, sarebbe stato tutto vano".
  • Gli alberi sono tutti da frutto, perché "non sono piante da guardare, ma da vivere. Gli alberi devono essere curati, la frutta va raccolta".
  • Posso fare una cena senza sentirmi in obbligo di invitare tutti, ma posso anche fare un barbecue con tutti gli altri, perchè il barbecue è condiviso. Ti spinge a usarlo tutti insieme.
  • La palestra è anch'essa condivisa e quindi basta organizzarsi con gli orari con un gruppo di vicini per pagare un solo personal trainer: un risparmio notevole!
  • Il colore prevalente dell'immobile è il grigio, in ogni tonalità, perchè "dà risalto immediato alla vita che ci passa dentro: alle persone, al verde rigoglioso, alle biciclette e ai gatti, a tutto ciò che si muove. Sono loro che danno una identità a tutto, non sono le pareti".

Il cohousing, insomma, ci sembra che abbia le identiche caratteristiche del coworking, quindi i nostri mondi si incontrano e noi e l'architetto ci capiamo a fondo. Così come ci capiamo con i nostri vicini di casa temporanei, che al secondo giorno chiamavamo già per nome.

Quello della comunità è uno stile di vita, non solo di pensiero, che travolge la sfera privata e quella professionale e che, per l'italiano dei piccoli centri e delle case di ringhiera, risveglia un archetipo. Per noi è solo un ritorno alle origini e la riscoperta di quello che eravamo e che abbiamo perso.

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