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La scuola guarda avanti. Ma dallo specchietto retrovisore.
Settembre 10, 2019
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Il concetto del titolo non è farina del nostro sacco: è preso in prestito da mc Luhan, che nel 1967 - profetico - dichiarava che l'avvento della televisione aveva creato bambini che non possono adattarsi al vecchio modello educativo. La scuola è indietro, loro sono avanti.

Parleremo di lui, oggi, del nostro sociologo del cuore, perchè ci fa capire meglio che cosa stanno combinando l'internet e il touch screen.

Mc Luhan parla della rivoluzione prodotta dall'arrivo nelle case dell'elettrodomestico "televisore": è un oggetto che "coinvolge tutti i sensi del bambino". I bambini, a partire dalla fine degli anni '60, avrebbero avuto per sempre una visione narrativa e sistemica di tutto, che potremmo dall'altro lato anche giudicare una modalità passiva di assunzione di contenuti (cosa che sorprendentemente non pensava invece mc Luhan, ma noi ne vediamo le conseguenze e lo sappiamo).

L'istituzione scuola, dall'altro lato, da lì in poi non è cambiata. Ha continuato a fornire un insegnamento segmentato fra materie diverse e fondamentalmente nozionistico. Quanto agli strumenti utilizzati: mentre la tecnologia va avanti e con essa, in modo precipitoso, anche le modalità di interazione dei giovanissimi con la realtà circostante, la scuola ha continuato a utilizzare la lavagna con il gessetto e i libri stampati. Ciò non è motivato dalla didattica ("si apprende meglio se lo leggi sulla lavagna"), bensì da una povertà del settore e principalmente da una incapacità del legislatore e del sistema nel suo complesso di stare al passo con i tempi.

I metodi di insegnamento evolvono e ci sono best practice illustri anche in Italia (l'Emilia Romagna è maestra), così come va citato tutto il fertile ambiente montessoriano olandese e così via. Il problema che ci poniamo in questo post è però diverso, riguarda la tecnologia e come essa ha mutato la struttura neuronale del cervello umano. Sono del nostro scienziato Lamberto Maffei, professore emerito di Neuroscienze alla Normale di Pisa e molto, molto altro, gli studi che confermano come il cervello stia mutando fisiologicamente. I neuroni del pensiero lento si spengono in favore dell’istintualità, il cervello umano si rimappa.

"Tecnologia e globalizzazione hanno paradossalmente creato solitudine, causata da un eccesso di stimoli, che inducono un’attività frenetica del cervello, levando spazio alla riflessione e alla libertà del pensiero, intasato dalle entrate sensoriali saturate dalle connessioni in rete e dalla televisione. È la solitudine di un cervello che in una stanza invia e riceve notizie solo attraverso messaggeri strumentali informatici, ma spesso ha perso il contatto affettivo con gli altri. Il cervello troppo connesso è un cervello solo, perché rischia di perdere gli stimoli fisiologici dell’ambiente, del sole, della realtà palpitante di vita che lo circonda".

(Lamberto Maffei, Elogio della ribellione. Il Mulino, 2016)

Chiaro che in questa era tecnologica non ci sui può aspettare che un bambino, a scuola, muti modalità di apprendimento. Qui si utilizza una famosa espressione sempre di Mc Luhan, quella dell'aquila che nuota. Nacque con riferimento ai cambiamenti portati dalla televisione, ma sono di oggi, funzionano anche per internet. Dice così:

"To expect a turn on child of the electric age to respond to the old education models is rather like expecting an eagle to swim. It's simply not within his environment, and therefore incomprehensible" (Aspettarsi che il bambino “sempre acceso” dell’era elettronica risponda ai vecchi modelli educativi è un po’ come aspettarsi che un’aquila nuoti. Semplicemente, ciò non fa parte del suo ambiente ed appare, perciò, incomprensibile). 

Il bambino dell’era di internet è lo stesso della TV, solo ancora più veloce, ancora più famelico. Figli della TV siamo anche noi che stiamo leggendo. Noi stessi abbiamo sperimentato una difficoltà nell'adattarci a un modello educativo scolastico parcellizzato e frammentato, dove le materie erano slegate, dove solo un audace professore-guru riusciva a farci innamorare. Perchè era quello o quella (solitamente di lettere, con gli occhiali tondi, appassionato di Benedetto Croce, Dostoevskij, Kerouac) che riusciva a spaziare a 360 gradi e a farci cogliere le cose nella loro pienezza e contestualizzate, dalla storia alla geografia politica fino alla narrativa. Era egli (o ella) un'eccezione, un fiore raro: per il resto, la scuola era strutturalmente priva di questa linearità, che quindi ci faceva sentire distanti e incompresi dal luogo-scuola.

Non solo: così come il bambino degli anni '60 "all’improvviso, e senza preparazione alcuna, viene strappato dal grembo freddo e inclusivo della televisione ed esposto — all’interno di un’enorme struttura burocratica fatta di corsi e credenziali — al mezzo caldo della stampa", così il bambino di internet viene strappato dai tablet e dal digitale.

I professori sono sempre più anziani, i loro allievi sono sempre più millennial. Gli strumenti sono raramente di ultima generazione (viene prima il riscaldamento, che sono due anni che non funziona). A questo si può far fronte dall'alto, virando verso una rivoluzione della scuola che tenga conto che 1) internet è in tutte le case 2) tutti i bambini hanno accesso almeno a uno smartphone 3) l'innovazione può essere anche solo nel metodo e nel processo, non necessariamente solo nella tecnologia. Basta ricordare che la necessità di un bambino di oggi (anzi, dagli anni '60 in poi) è di essere coinvolto in profondità nel processo di apprendimento, arrivando a comprendere le interconnessioni fra persone e fatti. Non solo pure nozioni, quanto piuttosto una conoscenza multidisciplinare di relazioni fra materie diverse. La capacità che il ragazzo dovrebbe sviluppare è quella di creare connessioni fra le nozioni che impara.

Il cervello dei millennials è già predisposto per questo: è abituato a creare collegamenti. Perché l'internet funziona così.

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