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Televisione: il cliente non ha sempre ragione
Marzo 15, 2019
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Quando anche in Italia è arrivata la TV commerciale, ha portato nelle case cose buone e cose molto cattive. Il pubblico non era più fatto da spettatori, ma da clienti. Ecco la genesi di un male (inevitabile) del nostro tempo: perchè il cliente non ha sempre ragione.

tv on demand

Sappiamo tutti che

“quando non paghiamo qualcosa vuol dire che il prodotto siamo noi”.

Come si manterrebbe la TV commerciale se non ci fosse la pubblicità? E chi guarderebbe mai la pubblicità, se non fosse infilata sapientemente in mezzo a cartoni animati allegrotti, soubrette dai grandi talenti e docce emozionali con Barbara d’Urso?

Questa, in poche parole, dovrebbe essere la differenza fra TV commerciale e TV di Stato. Quella di Stato dovrebbe fornire un servizio pubblico, quindi avere una missione diversa dalla raccolta pubblicitaria (ossia dal profitto).

Ciò si può dire che sia avvenuto fino a che il mercato non ha spalancato le porte a mille opportunità, che hanno reso più accettabile – o più familiare – un certo concetto di televisione. In pratica, le soubrette in RAI ci sono sempre state, però a un certo punto sono apparse anche le tette.

La concorrenza fra tette è stata spietata, perché spietata era la concorrenza fra i canali nazionali, dato che gli introiti pubblicitari servono da entrambe le parti.

In conseguenza a questo, si è generato un appiattimento dell’offerta televisiva. I quarantenni all’ascolto probabilmente faticheranno a ricordare su quale canale fosse il Bagaglino: già, perchè in realtà è stato da entrambe le parti. Alcuni format valevano per la RAI come valevano per gli altri canali e viceversa.

La sparizione e la resurrezione di alcuni programmi è indicatore del livello culturale del periodo. La misteriosa cancellazione di “Per un pugno di libri”, la deformazione continua del format di “Alle falde del Kilimangiaro”, il divismo social obbligato degli Angela (che probabilmente non lo desiderano, ma semplicemente succede ed è alimentato a palate dalla rete) e così via, altro non sono che adattamenti costanti agli appetiti della maggioranza del pubblico.

La mitologica audience sceglie che cosa le reti principali devono far vedere. C’è quindi una fetta di spettatori che decide il contenuto anche per gli altri.

Nella TV di stato non dovrebbe propriamente accadere: dovrebbe ignorare questi segnali ed educare e stimolare culturalmente, farci essere cittadini migliori, aggiornarci, fare analisi. Perchè questo – è un fatto! – non succede? Per colpa della TV commerciale.

Quando questa è arrivata (anche) nel nostro paese ha cambiato le cose, spalancando le porte a tredicenni in bikini dopo pranzo e alle parolacce dette per far ridere. Vedere e sentire queste cose su canali nazionali le ha rese accettabili per gli italiani, in quanto “se erano in TV allora andavano bene”. Quello è stato il momento in cui il senso del pudore collettivo ha alzato l’asticella: una volta che questo succede, non ci si imbarazza se la TV di Stato propina i medesimi contenuti, perchè intanto abbiamo modificato le sinapsi. Non solo. Il pubblico desiderava certi contenuti, ne aveva fame e li chiedeva a gran voce anche in RAI. 

Badate bene: se guardate un canale del digitale terrestre, NON on demand, voi state subendo il palinsesto: tenete acceso l’elettrodomestico e gli fate riversare dentro di voi i suoi contenuti. Pensate a quanto questo era vero quando, poco tempo fa, i canali principali erano soltanto sei.

Oggi, invece, se guardate un canale on demand, potete scegliere il contenuto e, al contrario, è la TV a subire la vostra selezione: l’azienda è obbligata ad adattarsi ai vostri interessi. Se ho fame di programmi di arte e molti altri hanno fame di programmi di arte, saranno offerti più contenuti di arte. Siamo clienti in modo dichiarato: per quanto gli spot girino anche nelle pay tv, di base il core per loro sta nelle iscrizioni degli utenti e nella loro continuità nel tempo. Quindi non devo solo farti iscrivere, ma devo trattenerti, non posso deluderti o prenderti in giro. Ti do anche tante, tante serie TV, così – per arrivare alla sesta stagione – dovrai rinnovare l’abbonamento.

Con la TV on demand si abbatte l’ignobile democrazia culturale della TV di stato e si minimizza il ruolo manipolatore delle altre reti nazionali, diventando noi padroni di scegliere immondizia, se vogliamo immondizia, o di avere contenuti di alta qualità, se sappiamo dove cercarli.

La tragica contropartita della TV on demand, infatti, è la creazione di un sempre più abissale divario fra colti e ignoranti, in quanto se ignoro qualcosa non potrò cercarlo e nessuno mi fornisce gli strumenti per migliorare. Se il rozzo e il professore entrano in una biblioteca, il professore saprà che cosa chiedere, il rozzo vagherà fra gli scaffali. Il professore dovrebbe prendersi la briga di aiutarlo.

Invochiamo che la TV di stato conservi in modo stoico questa sua missione originaria, perché molte delle storture esistenti in Italia (dai no vax fino ai simpatici terrapiattisti continuando con i complottisti) sono alimentate dal non sapere che tutto danneggia

Se avessi chiesto ai miei clienti cosa volevano, mi avrebbero risposto: “un cavallo più veloce”. Henry Ford.

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